Ossimori del deserto: il chiassoso silenzio della Death Valley e dintorni

Quaranta gradi all’ombra e una luce così forte da dover socchiudere gli occhi sono i primi ricordi del deserto americano. Era agosto, il periodo meno indicato per un viaggio nella Death Valley e dintorni. Allo stesso tempo, però, è il momento giusto, perché l’essenza del deserto è questa: caldo da togliere il fiato e colori primari, violenti e aggressivi. Bellissimi. Durante il giorno è impossibile scendere dalla macchina e attraversare le lande desolate della Valle della Morte senza dimostrare che il nome è azzeccato. Ma la sera, prima che il sole tramonti, arriva l’istante perfetto. Le sfumature del cielo privo di nuvole, delle rocce nude, e quell’aria sempre rovente, sì, ma sopportabile. Ricordo di essermi seduta su una roccia a guardare il panorama, rapita dal silenzio. È l’immagine del deserto americano che conserverò sempre.

Verso gli Stati Uniti

Quando le coste dell’America settentrionale compaiono al di sotto della coltre di nuvole, si scorgono le coste selvagge sulle quali si infrangono le onde e le cime innevate dei monti che contrastano con l’oceano. È un paesaggio aspro e bellissimo, che ricorda agli uomini quanto siano piccoli rispetto alla natura. Guardare gli Stati Uniti dal finestrino dell’aereo è come leggere un libro e rendersi conto che è diverso dalla sua sinossi. Un mosaico verde, color ruggine e ocra, solcato dalle linee curve che corrispondono ai fiumi e dalle rette delle autostrade. È l’America del Midwest, dei contadini e degli allevatori che non si vedono nei film ambientati a New York, Boston, Miami o Los Angeles. L’America agricola, il paese dei campi e del deserto, lontano dalle mete turistiche. Sorvolando il Missouri,si nota che è il Mississippi a dominare il paesaggio: un serpente blu che attraversa un’immensa pianura.

Mentre l’aereo scende su Los Angeles, ecco comparire la distesa di casette con un fazzoletto di giardino che riempiono lo spazio tra le colline e il mare. Il grumo di grattacieli scintillanti che si vede anche nei film. Più in là, l’oceano, con le grandi spiagge e le palme altissime accarezzate dal vento. All’arrivo, la sensazione di essere in una terra di mezzo, in cui riprendersi dal fuso orario prima di affrontare il deserto.

L’inizio dell’avventura

Si parte al mattino, sopportando il traffico cittadino. Los Angeles è una città di autostrade che si intrecciano e si abbracciano, si scontrano, in un formicaio di auto che gravitano intorno alla metropoli. Imboccata la Interstate 15, raggiungiamo la contea di San Bernardino, il cui territorio è per lo più desertico e montuoso. Non ha la bellezza dei paesaggi che ci aspettano. È una zona estesa, brulla, incastrata tra i sobborghi di Los Angeles e il confine con il Nevada e il Colorado River. Le montagne erano sede di miniere di argento alla fine dell’Ottocento, e il centro abitato più importante era il villaggio di Calico. Quando il prezzo dell’argento crollò, tuttavia, Calico fu abbandonato e si trasformò in una città fantasma.

Calico, il villaggio fantasma

All’ingresso, un cartello invita a far controllare le pistole e a parcheggiare i propri veicoli. Gli americani hanno trasformato Calico in una località turistica, un villaggio in stile Far West a ridosso di una collina rocciosa, sotto un cielo terso. Non siamo molto furbi ad arrivare all’ora di pranzo. Sembra di essere in un forno. Ma impavidi ci trasciniamo nella via principale, sulla terra rossa e polverosa, tra le case di legno.

Le botteghe vendono di tutto. Candele profumate, bamboline di stoffa, biscotti, caffè, conservato in sacchetti di yuta e scatole di latta vintage. Dentro l’ufficio postale si trovano carta da lettera, vecchi francobolli e foto d’epoca. C’è una caffetteria buia dove i tavoli sono botti. I turisti americani hanno il coraggio di ordinare salsicce e patatine. Cercando di non guardare, tiro fuori il mio tupperware con un bagel al burro di arachidi e una banana. Aiuto: mi sto americanizzando anch’io.

Il deserto del Mojave

Con un certo sollievo torniamo nel nostro veicolo dotato di aria condizionata. La strada prosegue costeggiando il deserto del Mojave, che ospita numerose basi dell’esercito americano e dei marines. Alcune sono segretissime e, naturalmente, le zone in cui sorgono sono inaccessibili. La parte più affascinante del deserto è la cosiddetta Mojave National Preserve, che non è proprio un parco naturale, ma è una delle zone meno conosciute e più selvagge del Paese. Non si paga alcun entrance fee, ma all’interno non esistono distributori di benzina. I visitatori sono avvisati.

Scriveva Edna Brush Perkins in The White Heart of Mojave, del 1922: “How could rock and sand and silence make us afraid and yet be so wonderful?

Il Mojave è il regno della solitudine dorata, dei colori accesi e dei panorami immensi, delle dune (le Kelso Dunes) e della sabbia. Per addentrarsi nel Mojave conviene dormire a Barstow, la classica cittadina americana in cui non c’è nulla, e organizzare un’escursione di prima mattina, quando la temperatura è quasi tollerabile. Così non si rischia di trovarsi sperduti nel nulla, senza acqua e senza carburante. I più coraggiosi possono percorrere a piedi un tratto delle dune, per provare l’emozione di essere soli in mezzo al deserto.

Il mondo artificiale di Las Vegas

Dal Mojave a Las Vegas la distanza è breve. Sulla strada, Kelso Depot è un’oasi verde in mezzo al deserto, una vecchia stazione ferroviaria che è stata trasformata nel visitor center della Mojave Preserve. Da qui, seguendo la ferrovia e poi la strada si ammirano i Joshua tree o Yucca tree, con i loro ciuffi verdi formati da foglie aguzze. E dal nulla, ecco comparire Las Vegas. I suoi grandi centri commerciali introducono al centro, il regno degli hotel bizzarri e del gioco d’azzardo. Entrare in città è come pagare il biglietto di una Disneyland per adulti. Gli alberghi sono giocattoli che scimmiottano gli edifici più famosi del mondo, dalla piramide di Luxor all’Empire State Building, da Piazza San Marco a Venezia, da Bellagio alla Tour Eiffel.

È un mondo finto, curioso, in cui ci si trova a osservare le persone che camminano nei corridoi degli alberghi e per la strip, che giocano al casinò, sorseggiano cocktail o piangono disperati in un angolo sui soldi perduti. Ed è un mondo strano e inquietante. Mi ha lasciata perplessa il fatto che uno dei vizi più pericolosi, quello del gioco, sia associato alle fiabe. Al Bellagio si entra in un giardino di fiori veri, che in questa stagione sono soprattutto girasoli, dove sostano una chiocciola gigante e un faro, simili al paese delle meraviglie di Alice.

Venezia a Las Vegas

La Pepita d’Oro

Se si raggiunge invece la parte “vecchia” della città, l’atmosfera cambia. Qui sorgono i primi casinò come The Golden Nugget, dedicato alla pepita d’oro più grande del mondo e trovata in Australia. La gente proviene dalla lower class. Si respira un’aria più triste ma anche più autentica, da Old West, quando i cercatori d’oro si spinsero nelle terre dell’ovest e si inventarono un business. Nella mia visita precedente non avevo visto questo quartiere. L’altra volta, Las Vegas era stato un passaggio, una sosta obbligata che mi aveva lasciata fredda. Un vero ossimoro: fredda gelida nel luogo più caldo in cui sia mai stata. Stavolta non mi piace comunque, però verso sera la calura è quasi piacevole e lo spettacolo degli alberghi giocattolo mi diverte. Così come l’hotel in stile egiziano, dove – detto tra noi – si mangia inaspettatamente bene.

Immagini del deserto americano

Nella Death Valley

Nonostante la temperatura sfiori i 45 gradi, ci armiamo di coraggio e procediamo verso la zona senz’ombra, la Death Valley. Anche perché a Las Vegas fino al tramonto non c’è assolutamente niente da fare. Ho il ricordo della Valle al tramonto e, vista di giorno, non mi colpisce allo stesso modo. È sempre rischioso tornare nei luoghi che ci hanno colpito in modo speciale. Ci illudiamo di trovarli uguali, di provare la stessa, felice emozione. Ma non è così. Niente è mai uguale a se stesso. Basta mutare ora, stagione, stato d’animo, che l’esperienza cambia. In questo caso, delude. 

Comunque. Attraversiamo i quartieri residenziali dove sorgono nuovi complessi graziosi, immersi in un palmeto. Sono anche economici: una casa costa circa 200 mila dollari. Vengono acquistati dai pensionati americani, che si rifugiano in Nevada perché la vita costa meno. Più in là, una distesa di rocce interrotta dalle formazioni montuose modellate dal vento, che si stagliano contro il cielo azzurro.

Raggiungiamo una località persa nel nulla, ma naturalmente fornita di un centro commerciale colorato all’interno del quale si trovano un supermercato, uno Starbucks e altri negozi. Mentre facciamo la fila per pagare le barrette e l’acqua, ascoltiamo la storia di Heidi Fleiss, che a 16 anni gestiva le bambinaie di Los Angeles e a 19 le prostitute per le star. Condannata perché la prostituzione è illegale in California, si è rifugiata in questo paesino del Nevada. Qui ha continuato i suoi lucrosi affari per finire, dopo alterne vicende, ad aprire una lavanderia a gettoni arredata con i pezzi delle vecchie slot machine. Storie americane da appuntare sul diario.

Zabrinskie Point

All’ingresso del parco nazionale troviamo un paesaggio aspro, quasi primitivo. La temperatura aumenta sensibilmente e soffia un vento torrido, mentre si ammira il silenzioso paesaggio di Zabrinskie Point. Avverto la presenza di una natura indifferente all’uomo, che nei millenni si è modellata secondo le sue regole. La mattina, il paesaggio è bruciato dal sole; meno suggestivo, più violento. Preferisco ricordarlo al tramonto, quando La luce più tenue, il sole basso all’orizzonte addolciscono il paesaggio, sul quale brillano le prime stelle. Milioni di anni fa qui c’era un lago, Furnace Creek, che si è poi prosciugato dando origine a questa valle desertica. 

Il terreno è formato da ghiaia, fango salino e cenere delle Black Mountain, una vicina zona vulcanica. Sono rimaste le impronte di animali che l’hanno attraversato nel corso dei secoli, mentre adesso sembra del tutto disabitato. In realtà, uccelli, rettili e alcuni mammiferi si aggirano nella vale, ma soltanto di notte. La Death Valley è uno dei luoghi più caldi del mondo e appare ai miei occhi come un paesaggio lunare, come se appartenesse a un altro pianeta. Non mi stupisco di trovare una città fantasma nel tragitto verso Las Vegas: Rhyolite, vicino a una miniera abbandonata, è luogo di spettri. Per fortuna, di giorno si nascondono e nei vecchi edifici cadenti si ode solo il silenzio.

  1. Questo on the road rimane nella classifica dei miei viaggi da sogno, insieme alla Transiberiana e all’Orient Express. Ma prima o poi mi prendo un anno sabbatico e svaligio una banca e li faccio tutti questi viaggi 😉
    Las Vegas dev’essere un posto strano, ma in ogni caso mi incuriosisce, nonostante il suo essere fake.
    Buona serata 🙂

    • Blueberry Stories

      Come darti torto? In un film, svaligeremmo davvero una banca e partiremmo! Pensa anche a un on the road negli stati del sud, sulle tracce di Via col Vento…

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