Se esplori i canyon tra Utah e Arizona…

…ti rendi conto di tre cose molto importanti. La prima è che le foto dei canyon non catturano le emozioni e i colori che vorresti. La seconda è che certi posti sfuggono alle descrizioni. La terza sembrerà banale, ma spiega il motivo per cui non si può proprio fare a meno di scrivere un articolo su un luogo così difficile da descrivere: è terribilmente facile innamorarsi dei parchi nazionali americani. Grandi spazi, cieli che offrono albe e tramonti indescrivibili, storie di pionieri ed esploratori, strade lungo le quali non si incontra nessuno. 

Se si pensa ai canyon, viene subito in mente il Grand Canyon National Park, in Arizona, con i suoi paesaggi aspri, le rocce rosse, il deserto, il fiume Colorado che scava il proprio percorso nella pietra. E in effetti è così. Ma non è l’unico. Esiste anche il Bryce Canyon, diverso ma altrettanto affascinante, che non conoscevo prima di trovarmi ad ammirare quelle incredibili formazioni rocciose che assomigliano tanto ai castelli di fango, sapete, quelli che si fanno sul bagnasciuga lasciando cadere la sabbia bagnata e formando dei ricami.

Grand Canyon & l’incontro con il deserto

Ma cominciamo dal Grand Canyon, che ha rappresentato il mio primo impatto con il concetto stesso di “deserto” e ha cambiato il mio modo di vedere il mondo circostante. Da allora, sono stata attratta dai grandi paesaggi. Dalla Natura. Dai colori e dai cambiamenti del cielo e della terra quando muta il clima. Come spesso accade con i luoghi che amo, nel Gran Canyon sono tornata. La prima volta non sapevo cosa aspettarmi e, da adolescente innamorata delle metropoli, non ero certa di saperlo apprezzare. Mi sbagliavo. Le rocce, i colori, l’immensità, mi incantarono. Più tardi, con alcuni amici progettammo un viaggio nel deserto. Prima tappa: da Los Angeles a Phoenix, Arizona. Una volta fuori dal traffico inverosimile delle autostrade che attraversano la metropoli, ci si trova catapultati a Palm Springs, un’oasi nel deserto. 

Da Phoenix a Scottsdale

Non c’è niente di speciale a Palm Springs, per cui proseguiamo in una serie di paesini persi nel nulla fino ad arrivare a Phoenix, con i suoi edifici che scintillano al sole. La capitale dell’Arizona è una città che, in agosto – ma sospetto anche in altri mesi – sfoggia temperature degne di nota. Il vento caldo lascia senza fiato, sul momento. È interessante però fare un giro di Downtown Phoenix, magari verso sera e non in pieno giorno come abbiamo fatto noi. Al tramonto siamo a Scottsdale, altro avamposto nel deserto dove proliferano le palme e l’acqua della piscina è naturalmente calda. Ci sentiamo avventurosi, la sera, perciò esploriamo in auto la zona e finiamo a Rawhide, un villaggio western che assomiglia a un parco divertimenti in miniatura. Pittoresco, certo. Si balla al ritmo della musica country, mentre i vestiti si impregnano del fumo del barbecue.

Si torna on the road, verso Flagstaff, attraversando a zona di Sedona e Oak Creek. Quest’area ancora verde offre già rocce erose dal vento e paesaggi silenziosi, che trasmettono un senso di maestosità, di distacco, di abbandono dei sentieri conosciuti. A Tusayan ci si sente ormai “dentro”, trascinati dall’entusiasmo di chi si lascia alle spalle la civiltà e si immerge nel paesaggio e nella storia. Il pensiero corre ai nativi americani, che abitavano queste zone in libertà prima di essere costretti nelle riserve. L’unico confine, allora, era il cielo. Si indossano le scarpe da ginnastica, il cappello e gli occhiali da sole e si comincia a esplorare.

Il South Rim

Il South Rim, ovvero la parte sud, si visita partendo dal Grand Canyon Visitor Center, poco dopo l’ingresso del parco. Eccola, la “soglia” da varcare prima di entrare nel mondo straordinario del deserto, come nei racconti epici. Lungo Hermit Trail e la Desert View Drive, fermandosi nei punti panoramici che vengono indicati, si vede il serpentone azzurro del Colorado River che si snoda a valle, mentre la luce crea arcobaleni di sfumature lungo le pareti del canyon. Tiro fuori il quaderno di appunti e litigo con le parole. Mi arrendo. Certi paesaggi non vanno descritti, solo ammirati.

Seguendo il fiume, arriviamo fino a Page e al bacino artificiale chiamato Lake Powell, che delimita il parco a nord-est. L’acqua è di un colore intenso, uniforme. Il paesaggio è privo di alberi, arso dal sole. La sera, invece, le temperature si abbassano e ci si ritrova in felpa, dentro a un ristorante rustico in stile Far West, con un vecchio jukebox che trasmette musica country. C’è poco da essere schizzinosi, qui: insalata di patate, pollo, riso, salse di ogni genere, torte rustiche, birra e caffè americano. 

Avanti, tra Arizona e Utah

Il lago segna anche il confine con lo Utah, che attraversiamo per visitare il Bryce Canyon. Intanto facciamo una deviazione verso la Navajo Mountain, luogo sacro per i nativi, che non osano scalarla perché la considerano sacra. Qui vivono gli spiriti che proteggono la salute e portano la pioggia, salvando dalla siccità. Lascia senza fiato il Rainbow Bridge, un arco di roccia a sua volta considerato sacro, così come i sei monti della zona. Ci si sente strani, nel deserto. Sopraffatti dalla bellezza di un mondo che è qui da millenni. Un mondo che conserva le storie di uomini e dèi, così distante dagli alveari cittadini. Si ha voglia soltanto di osservare, ascoltare i piccoli rumori della natura, lasciare correre i pensieri.

i colori del Bryce Canyon

E così, pensando e guidando, proseguiamo, imbattendoci in un temporale inatteso. È arrivata la pioggia, che porta con sé il profumo di terra e di corteccia. Il deserto lascia il posto a macchie di sempreverdi e la temperatura comincia a scendere. Qua e là si intravedono fattorie perse nel terreno color ocra, solitarie. Il Bryce Canyon è arancio e verde scuro. Ridiamo a lungo quando raggiungiamo un punto prosaicamente chiamato “Inspiration Point”. Ciascuno di noi ha la sua teoria su cosa “ispiri” questo luogo. La verità è che offre una vista impagabile su una distesa boscosa che si perde all’orizzonte, e pinnacoli di roccia che si innalzano verso il cielo. Ci dicono che d’inverno nevica, qui, e le rocce sono ricoperte da un manto candido.

PASSAGGIO NELLO ZION NATIONAL PARK

Da Insipiration Point si segue il Rim Trail fino a Bryce Point, per continuare ad ammirare lo spettacolo. Lasciato il parco, ma non lo Utah, la sete di scenari maestosi e di avamposti solitari dove fermarsi a dormire non si placa. Scegliamo di fare tappa nello Zion National Park, meno spettacolare, forse, ma in grado di aprire il cuore e la mente e di riempirli di bellezza. Lo visitiamo in macchina, di passaggio, prima di imboccare la 89 verso nord. Le rocce si alternano a distese di campi, il sole dipinge strisce di luce dorata, le fattorie sperdute compaiono ogni tanto in questo quadro dipinto a tinte accese, verde, ocra, azzurro e violetto. Mentre saliamo lungo la 20, direzione Nevada, vediamo comparire all’orizzonte l’arcobaleno.

dove, come, quando

Come avrete notato, non amo le sezioni informative. Ma, siccome sono utili (a me per prima), segno sempre i siti e i riferimenti da tenere. Per sapere tutto su percorsi e alloggi nel Grand Canyon, conviene fare un salto sul sito del Parco Nazionale, dove si trovano anche orari e costi d’ingresso. Si può esplorare anche il North Rim, meno turistico e più selvaggio. Oppure ammirare il panorama dall’alto salendo su un (costosissimo) elicottero. Infine, qualche amazzone può decidere di fare un giro a cavallo e i più intraprendenti saranno felici di mettersi in fila per fare rafting sul Colorado. Le informazioni sul Bryce Canyon si trovano sul sito ufficiale del parco, mentre se siete interessati allo Zion National Park, dovete leggere qui.