LIBRI DI VIAGGIO NORD VIAGGI

La vocazione di perdersi: un libro, un viaggio verso Nord, e nessuna mappa

“Per farci raggiungere da ciò che ci manca, dobbiamo liberarci di qualcosa di troppo che per abitudine portiamo con noi.” (Franco Michieli, La vocazione di perdersi)


Cercavo un libro di viaggio sul Nord. Volevo affondare i piedi nella neve e lasciare correre lo sguardo nell’orizzonte lontano. Ma desideravo anche leggere qualche riflessione sul tema che mi sta a cuore, la voglia di andare, l’ansia di scoprire, il terrore di restare fermi, imprigionati negli schemi innaturali della solita esistenza. Poi Lorenza, editor della casa editrice Ediciclo, mi ha messo in mano il libro di  Franco Michieli, La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti. Vi capita mai di imbattervi per caso nella storia di cui avete bisogno, che cercavate senza saperlo? Mi era già successo con Mia Kankimaki e con Banana Yoshimoto. E adesso, leggendo questo piccolo saggio, mi sono ritrovata a condividere le riflessioni dell’autore. Ho scoperto una volta di più che esistono tanti modi di viaggiare. Che il viaggio ti trasforma solo se sei disposto a scavare dentro di te e a porti domande. Che il nostro bisogno di orizzonti deriva dalla sua assenza nelle nostre città, come Milano, chiusa dai palazzi e dalle strade. E che il Nord è una sfida con se stessi.

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Franco Michieli e la sua avventura a Nord

Giornalista, amante della montagna, geografo, esploratore. Franco Michieli è tutto questo, ma nel libro dimostra anche di essere uno scrittore elegante, profondo, capace di trascinare nel racconto e di portare il lettore a “perdersi” nelle sue parole. D’altra parte, la vocazione di perdersi è l’idea intorno a cui ruota il testo. L’autore ha attraversato a piedi le Alpi, la Norvegia, l’Islanda e le Ande. Dal 1998 ha rinunciato agli strumenti artificiali per l’orientamento e si è affidato agli astri e alla conformazione fisica del territorio per trovare la via. 

Nel libro seguiamo la sua avventura nelle terre artiche con un amico, seguendo i percorsi che per migliaia di anni i Sami hanno compiuto con le renne, per le migrazioni stagionali. Niente mappe, solo la memoria di una cartina geografica studiata a casa e l’intuito, la capacità di leggere le indicazioni della natura. Perché la via trova il viandante, sostiene Michieli. Sembra davvero di vederle, quelle coste frastagliate, quelle distese di ghiaccio e i rari villaggi lungo il cammino. Hanno dormito all’aperto e, leggendo, non si percepisce mai un senso di paura. Forse perché in lui è radicata la consapevolezza che l’uomo, in origine, viveva nella natura e con la natura. Oggi abbiamo una concezione romantica della natura, e ho capito cosa significhi quando sono arrivata nel punto in cui l’autore parla del sublime.

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CONTEMPLAZIONE VS ESPERIENZA

“Secondo la sensibilità romantica, immensità e potenza sono le due dimensioni che suscitano il sentimento più significativo indotto dalla natura, definito il sublime“. E quelle dimensioni si trovano nella contemplazione dei paesaggi selvaggi, dell’oceano, delle vette, delle foreste. Il Viandante sul mare di nebbia è il famoso quadro del pittore romantico Caspar David Friedrich in cui un uomo osserva il paesaggio immerso nella foschia da una piccola sommità rocciosa. Lì, nel suo luogo di contemplazione, lo spettatore si sente tutt’uno con la natura grazie alle emozioni che il paesaggio suscita. Ma resta al di fuori, non si sporca le mani.

Il viandante si tufferà in quel mare di nebbia? Là sotto ci sono pericoli sconosciuti. Rischia di perdere la strada, incontrare animali selvaggi. Oggi quell’uomo potrebbe essere un turista che aspetta di riunirsi al suo gruppo per attraversare comodamente, e in sicurezza, la landa selvaggia. Michieli invece ci andrebbe da solo, anzi, ci è andato. Basta assumere un atteggiamento di umiltà nei confronti delle altre creature, sostiene, per non sentirsi in pericolo. Io credo alle sue parole; il problema è che non ho il coraggio di farlo. Ho bisogno di una stanza comoda, del caminetto, della cucina. In Lapponia sono andata con tutte le comodità del caso. E so che le emozioni che la natura suscita in me sono quelle del viaggiatore romantico che contempla dalla sua roccia.

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LA VOCAZIONE DI PERDERSI PER RISCOPRIRE IL MONDO

Qualcosa, però, possiamo fare tutti per ritrovare il vero senso del viaggio, della scoperta. Partiamo dal piccolo, poi chissà. Michieli ci insegna una cosa splendida: “Imparare a perdersi anche in ambienti domestici, dove si vive, è altrettanto interessante e fonte di infinite scoperte.” Consiglia di vagare nella propria città lasciandosi trasportare dall’istinto, senza una meta precisa. Si possono scoprire angoli nuovi, dettagli che non avevamo notato. E bisognerebbe farlo anche nei posti nuovi, liberandoci dall’ossessione per i “must do/must see”. Siamo tutti turisti. Ma se proviamo a liberarci delle mappe, delle liste e delle guide, potremmo diventare un pochino viaggiatori. Cominceremmo a parlare con la gente, tanto per cominciare, per fare domande. Terremmo gli occhi bene aperti e dimenticheremmo il cellulare. 

Perdermi mi viene benissimo: preferisco camminare che guardare le cartine, sono allergica alle guide e non seguo mai le visite guidate. Ho scoperto Venezia perdendomi nelle calli, ho adorato Vancouver solo quando sono andata in giro da sola, senza mappa. Lo stesso mi è successo a Londra, dove a volte mi sono imbattuta in quartieri che avrei preferito non vedere. Ma così non avrei conosciuto il lato oscuro della città. Leggere questo testo mi ha fatto riflettere su un modo di viaggiare più profondo, più lento e più intenso, che si può imparare cominciando dalle piccole cose.

IN LIBRERIA

La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti, di Franco Michieli, Ediciclo 2015 (Piccola filosofia di viaggio)

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