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Uluru, il cuore sacro d’Australia e i libri di Marlo Morgan e Bruce Chatwin

Uluru è forse il luogo più misterioso del mondo. Una roccia in mezzo al deserto, di colore rosso, che al tramonto assume sfumature difficili da riprodurre. Un monumento naturale antichissimo, che risale alle origini della Terra. Un luogo sacro, intoccabile, che appartiene agli aborigeni australiani. La cultura di questo popolo è infinitamente interessante. Tempo fa lessi un libro del 1994, E venne chiamata due cuori di Marlo Morgan, presentato come la storia vera della sua esperienza nel deserto australiano. Eppure, nonostante il successo del libro e l’impegno della Morgan che tenne conferenze sulla condizione degli aborigeni, il popolo australiano non gradì. Un gruppo si recò negli Stati Uniti per impedire la realizzazione del film che si pensava di girare, e fu ascoltato. 

Uluru, il cuore sacro d'Australia

MARLO MORGAN

Marlo Morgan è un medico. Nata negli Stati Uniti, in Iowa, era in Australia per lavoro quando venne a contatto con la cultura degli aborigeni e cominciò a interessarsene. Nel romanzo scrisse di avere scelto di unirsi a un gruppo e camminare nel deserto, vivendo come loro. Sono descritte le sue esperienze, le lunghe giornate sotto il sole, la difficoltà ad adattarsi a un nuovo modo di vivere e di pensare. Descrive le loro abitudini e svela alcuni segreti: dalle sue parole scopriamo che gli aborigeni comunicano con la mente. L’Australia descritta dalla Morgan è quella del cuore rosso, una distesa di terra spazzata dal vento, arida e piatta.

In realtà, diverse affermazioni della Morgan furono contestate dagli australiani. Gli aborigeni che attraversano il deserto non trasportano l’attrezzatura descritta. Non indossano braccialetti, che sono invece tipici della regione del Kimberly. Che si tratti di un semplice romanzo, frutto di invenzione? In ogni caso, la lettura stimola la curiosità e il desiderio di conoscere la storia degli aborigeni, di cui ha parlato anche un altro autore anglosassone.

BRUCE CHATWIN & LE VIE DEI CANTI

Sto parlando di Bruce Chatwin, lo scrittore e viaggiatore britannico che ha mollato tutto per esplorare e raccontare il mondo. Anche lui fu criticato per alcuni aneddoti fantasiosi che inserì nei suoi romanzi, tra cui The Songlines, Le vie dei canti. Guarda caso, furono proprio gli aborigeni australiani a dire che non aveva trascorso abbastanza tempo con loro. Forse è impossibile entrare davvero in queste culture antiche e misteriose: possiamo illuderci di studiarle, sforzarci di comprenderle, ma i loro segreti resteranno sempre preclusi. Nella mitologia degli aborigeni australiani, prima della creazione del mondo esisteva il Tempo del Sogno, il Dreamtime. Era popolato da esseri totemici, metafisici, in genere rappresentati come giganti dalla forma di animali. Camminando e cantando, diedero origine a tutto ciò che vediamo: i monti, i fiumi, le pozze d’acqua. Degli dèi, insomma, che alla fine del Dreamtime si fermarono e diventarono loro stessi elementi della natura. Gli aborigeni possono ancora accedere a quel mondo attraverso il sogno, lo strumento che permette di comunicare con gli spiriti. Il Dreamtime non è dunque un’epoca, ma una dimensione.

ULURU, LA ROCCIA SACRA

Arrivando in aereo verso Perth, si nota un’isola che, dall’alto, sembra ospitare una lucertola gigante. Guardandola, mi sono resa conto che i miti aborigeni hanno una profonda verità. Non so se sia davvero un animale del Tempo del Sogno trasformato in roccia. Ma perché no? D’altra parte, chi si reca a Uluru sente subito che si tratta di un luogo magico. Circondato dal bush, sembra completamente liscio, mentre avvicinandosi svela caverne, pozze e antichi dipinti. Sembra che il nome significhi “strano” ed è proibito scalarlo. In realtà, ciò che vediamo è la punta di un iceberg, perché Uluru affonda nella terra.

A poca distanza si trova Kata Tjuta, “molte teste”, e insieme le formazioni rocciose costituiscono un unico monolite sepolto che potrebbe essere un’antica luna. La luce rossa che si accende al tramonto è dovuta alla presenza di minerali che riflettono la luce e all’ossidazione del ferro. I miti su Uluru e i suoi dipinti, segni della presenza delle creature ancestrali, restano segreti. Conosciamo però la storia di Tatji, la Lucertola Rossa delle pianure che venne qui a cercare il suo boomerang e morì in una caverna. Ciò che vediamo sono i resti del suo corpo.

Uluru al tramonto

UN WEEKEND NEL DESERTO

Con queste premesse, Uluru è balzato in cima alla lista delle cose da vedere durante la mia prima trasferta australiana. Il deserto mi attirava più del mare. Ero curiosa, un po’ intimorita anche, all’idea di mettere piede in un luogo così mistico e antico. Sono arrivata in aereo nel piccolo aeroporto in mezzo al nulla, una mattina d’inverno, con un’amica. A colpirmi sono stati i colori: ocra, rosso mattone, blu intenso. Il sole scottava e così, dopo avere sistemato i nostri zaini nella camera dell’ostello, siamo andate a cercare l’ombra del resort. Ad Ayers Rock hanno costruito una serie di alloggi per ogni tasca, e una piazza su cui si affacciano caffè e negozi. È qui che ci rifugiamo per un caffè freddo e un gelato, in attesa che passino le ore più calde. Che strano guardarsi intorno e sapere di essere lontanissimi da tutto, eppure circondati dalle comodità a cui siamo abituati. Ecco l’effetto del turismo.

TRAMONTO SUL MONOLITE 

Quando il sole inizia a calare, la temperatura precipita. Torniamo in camera e ci infiliamo una felpa, prendiamo le provviste che abbiamo comprato nel piccolo supermercato – patatine e coca cola – e ci mettiamo in moto. La nostra meta è un punto panoramico nel bush, da cui assistere al tramonto. Siamo sole, la maggior parte dei visitatori ha scelto di unirsi a un’escursione per vedere Uluru da vicino. A me sembra perfetto anche da qui: il deserto si estende all’infinito davanti ai nostri occhi. Il silenzio è rassicurante. Mentre guardo il cielo infuocare il monolite, penso che non sono mai stata così lontana da casa, e non mi sono mai sentita così felice. Un attimo perfetto regalato dalle creature del Dreamtime, forse.

BARBECUE & COUNTRY MUSIC

Incantate dallo spettacolo del tramonto, restiamo finché non compaiono le prime stelle. A malincuore lasciamo il nostro rifugio e torniamo nell’allegro caos dell’ostello, dove scopriamo che ci aspetta un’altra sorpresa: un vero e proprio Australian barbecue. Sotto un’enorme tenda, hanno sistemato tavoli e panche di legno, un palco su cui si esibisce un gruppo che suona musica country e griglie su cui cuoce la carne. Possono partecipare tutti gli ospiti del resort, dall’ostello all’hotel di lusso. Si sceglie la carne desiderata, che viene preparata al momento e servita con patate, salsa, pannocchie arrostite. Impossibile non prendere lo spiedino di canguro, per una volta nella vita. Suonano i classici pezzi folk, alcuni si lanciano a ballare. C’è un’atmosfera leggera, spensierata, informale. 

PIOGGIA NEL DESERTO

La mattina seguente ci alziamo alle prime luci dell’alba per partecipare a un’escursione. prepariamo la colazione all’aperto, nella cucina dell’ostello, insieme a una ragazza tedesca che sta attraversando da sola l’Australia. Aspettiamo a lungo il bus, perplesse per il ritardo che sarebbe normale in Italia, ma non tra gli australiani. E infatti, quando ci decidiamo a chiedere informazioni, scopriamo che è partito senza di noi. Benissimo. Gentili e pronti a venirci incontro come sempre, i dipendenti del visitor center ci prenotano un’altra escursione, che ci porta proprio a Uluru. Temiamo il caldo, invece in cielo si addensano le nuvole e, d’improvviso, piove. Nessuno se lo aspettava, ed è una sorpresa gradita: la roccia assume sfumature inedite. All’interno, tra le grotte e i tunnel, l’acqua forma dei rigagnoli e fa freddo. La roccia sacra appare ancora più mistica. La pioggia è un regalo degli antenati.

Arriva poi il momento di prendere l’autobus che, in cinque ore attraverso il nulla, ci porterà ad Alice Springs. Canguri, dromedari, arbusti, e l’orizzonte infinito: questo è il paesaggio che scorre fuori dal finestrino. La musica delle orecchie, la velocità costante, il senso di pace che il deserto trasmette invitano a chiudere gli occhi. E ci immergiamo nel tempo del sogno.

ARRIVARE A ULURU & ALICE SPRINGS

Uluru, o Ayers Rock come è anche chiamato, dal 1987 è Patrimonio mondiale dell’Umanità. Si trova nel Northern Territory e dista 450 chilometri da Alice Springs, la città più vicina. Si può arrivare in aereo ad Ayers Rock e tornare da Alice Springs, colmando la distanza con un viaggio in autobus. Lungo, ma comodo e adatto a chi vuole avere un’idea del bush australiano.

A Uluru non c’è nulla, a parte l’aeroporto e un complesso di sistemazioni di diverso livello, l’Ayers Rock Resort. Tutte le alternative sono molto pulite e suggestive: non c’è bisogno, qui, di cercare il lusso. La sera si può mangiare all’aperto, al barbeque con musica country dove la carne di canguro viene preparata al momento. Si organizzano escursioni guidate al monolite e a Kata Tjuta, all’alba e al tramonto. 

Alice Springs è una cittadina in mezzo al deserto, dove la presenza aborigena è ben visibile. E si nota anche, purtroppo, la mancata integrazione con i bianchi. Gli aborigeni sono per strada, scalzi, spesso ubriachi. Molti però lavorano nelle botteghe artigiane, dove si possono acquistare oggetti fatti a mano. Noi siamo state in un bed & breakfast con un giardino, sulla via principale. Qui si trovano anche i ristoranti, alla mano e in stile country.