Minimalismo: come diventare un po’ nordici (e giapponesi)

Come cambiare la propria vita adottando il minimalismo, per scartare tutto quello che non è essenziale imparando dagli scandinavi e dai giapponesi.

Avvicinarsi al minimalismo significa cercare un modo diverso di vivere in una società che, ormai, è diventata “troppo”. Troppo improntata al consumismo, materialista, insoddisfatta, confusa. Abbiamo tante cose e ne compriamo altre anche se non ci servono, scartiamo senza chiederci se un oggetto possa essere riciclato o utilizzato in modo diverso. Siamo avidi di acquisti, parole, tecnologia, viaggi, ma niente di tutto questo riesce a renderci persone più serene e complete, anzi. Il tempo passa e siamo sempre più ansiosi di ottenere qualcosa che non sappiamo definire. Perché in realtà non è un oggetto, un’esperienza, una meta da aggiungere a ciò che già possediamo o abbiamo conquistato. È qualcosa che si deve togliere. Ed ecco che entra in gioco il principio del minimalismo, che non significa privazione, ma saggezza. 

Il senso del minimalismo

Chiunque abbia fatto un trasloco sa che la maggior parte di ciò che abbiamo non è necessaria. Quando partiamo per un viaggio, non utilizziamo mai tutto quello che abbiamo stipato in valigia, spaccandoci le spalle per trascinarla. Arredando una casa, la riempiamo di oggetti in realtà inutili, ma che la pubblicità, il pensiero condizionato dalla società, l’horror vacui ci impongono di avere. Minimalismo vuol dire avere tutto quello che serve davvero per la nostra vita quotidiana, eliminando ed evitando il superfluo. Non solo a livello di oggetti che ingombrano il nostro spazio, ma di persone, esperienze, viaggi. Molti potrebbero pensare che sia una scelta destinata a chi ha scarse possibilità economiche, una filosofia consolatoria per chi “vorrebbe ma non può”. Invece è proprio qui la trappola. Avere più soldi permette di possedere di più, fare di più, e quindi avere bisogno di ancora più soldi, in un circolo vizioso che porta alla situazione in cui ci troviamo: la finanza governa il mondo.

Filosofia minimal e spirito giapponese

Il minimalismo si declina in molti campi, dall’architettura al lifestyle, dalla cucina alla letteratura. Si tratta di una filosofia che ha un forte legame con la cultura giapponese, in cui l’estetica spartana del buddhismo zen tradizionale ha favorito la nascita di una tendenza a eliminare il superfluo.Se pensiamo alla situazione del Giappone, dove il terremoto è parte della vita quotidiana ed è forte l’idea della fragilità della vita, è facile capire perché non abbia senso possedere e accumulare.

MINIMALISTI GIAPPONESI

Fumio Sasaki, scrittore benestante, ha deciso di possedere poche cose e di vivere in un austero monolocale, regalando o vendendo anche degli oggetti che collezionava. Marie Kondo, consulente, ha fatto furore con il libro “Il magico potere del riordino”. Nel manuale insegna a circondarsi soltanto delle cose che migliorano la nostra vita e hanno un significato per noi, liberandoci senza rimorso di tutto il resto. Che poi non si tratta di non avere abbastanza, ma di imparare a scegliere cosa acquistare. Avere solo le cose necessarie ma di qualità: ecco il principio del minimalismo. Un principio che si può estendere agli altri aspetti della vita. Meno amicizie ma solide. Meno viaggi ma intensi. Meno corsi ma mirati. E così via. Se si impara a ragionare in questo modo, diventa impossibile tornare indietro.

minimalismo giapponese

SPAZI RISTRETTI, linee essenziali

In campo architettonico, il minimalismo si declina nell’uso della geometria elementale per organizzare gli spazi abitativi. Concentrarsi sulle forme essenziali consente di non perdersi nella decorazione inutile, nell’aggiunta di ornamenti che tolgono spazio senza portare beneficio. La casa giapponese è spoglia, essenziale. Perfino troppo. Oltre al motivo filosofico e ai principi del Feng Shui, c’è anche una ragione pratica che spiega questa scelta: Tokyo è affollata e le case sono minuscole, spesso costruite in verticale. Non si possono introdurre troppe cose. Gli oggetti che non si usano da più di un anno, con ogni probabilità non si useranno più. E allora si buttano. 

Minimalismo a Nord

Se vogliamo trovare un modello di minimalismo più vicino alla nostra cultura, basta guardare a Nord, alla Scandinavia. Qui non ci sono certo problemi di spazio, anzi. Eppure l’accumulo e la complicazione non fanno parte della cultura scandinava, che ha abbracciato uno stile minimal in ogni campo. A partire dagli anni Cinquanta, il design nordico si è fatto strada in tutto il mondo. L’uso del legno chiaro e del colore bianco, la scelta di pattern originali su tessuti di buona qualità, l’attenzione all’impatto ambientale sono le caratteristiche dello scandi style. Anche in questo caso, l’ambiente ha favorito il minimalismo. La necessità di luce ha spinto a creare ampie finestre e a utilizzare solo i colori chiari. Il forte legame con la natura porta a non sfruttare le risorse più del necessario, a lasciare spazi verdi in città e a ridurre il più possibile l’uso dell’automobile.

Hygge e Lagom, le nuove parole chiave

Una casa nordica è luminosa, senza inutili orpelli e soprammobili, ma confortevole e accogliente. Avete presente la parolina danese hygge, intraducibile nelle altre lingue, che indica un’atmosfera piacevole, calda, un po’ come quando, d’inverno, ci si raggomitola sul divano con una cioccolata e un libro. Vivere hygge significa avere amici sinceri e un nido in cui rifugiarsi, coltivare i legami familiari, stare bene con le piccole cose. In Svezia, invece, domina il concetto di Lagom, altro vocabolo che sarebbe riduttivo tradurre in italiano. Si riferisce alla moderazione, al “giusto mezzo” di cui parlava già il poeta latino Orazio. Il segreto dei popoli scandinavi è proprio questo: la capacità di trarre il meglio da quanto si ha a disposizione. Hanno costruito economie solide, uno stile di vita rilassato, ottime scuole e il sistema del welfare. Non passano le giornate a lamentarsi del buio e del freddo invernali; trovano una soluzione per renderli più sopportabili.

DESIDERI MINIMAL

L’idea della “giusta quantità” si estende anche ai desideri. Non serve avere poco e continuare a desiderare tanto. Il desiderio provoca sofferenza, ansia, disperazione. Bisogna esercitarsi a desiderare poche cose, concrete, mirate, che tengono conto del sacrosanto principio che la felicità non è in nessun posto, solo dentro di noi. Un desiderio per volta, in ogni fase della vita. In questo i nordici sono dei maghi, come ci racconta Michael Booth nel suo libro “The almost nearly perfect people“.  Gli scandinavi, dice Booth, si considerano felici perché sono contenti di quello che hanno: la casa comoda, il barbecue domenicale, il sole d’estate, le loro spiagge, la neve. Viaggiano un po’ in gioventù, se vogliono, e poi stanno bene anche nel loro ambiente. Amano la loro natura, con i vantaggi e gli svantaggi del caso.  Non sono perfetti, ma vivono bene. E in fondo è questo che conta davvero.

IN LIBRERIA

Il magico potere del riordino, Marie Kondo, ed. Vallardi
The almost nearly perfect people, Michael Booth, Vintage

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