Storie e caffè a Kaikoura, in capo al mondo

Dei posti più improbabili in cui potevo immaginare di capitare, Kaikoura è di certo il più inaspettato. Questa piccola città di mare a nord di Christchurch, sull’Isola del Sud della Nuova Zelanda, è una meta turistica piuttosto frequentata d’estate, ma d’inverno si trasforma in un villaggio sonnolento e silenzioso. Da Christchurch si arriva in macchina, attraversando una piacevole zona pianeggiante dove, se splende il sole, si esaltano i colori vividi tipici di questa terra – il verde pistacchio dei campi e delle colline, l’azzurro del cielo.

A un tratto, la pianura lascia il posto alla montagna, come spesso accade in Nuova Zelanda, quasi bruscamente, senza preavviso. E qui si iniziano a incontrare i segni del terribile terremoto che, nel 2011, ha messo in ginocchio Christchurch e Kaikoura. La strada stessa, a causa della caduta di massi, è stata chiusa per due anni, isolando di fatto la località costiera. E ancora ci sono rallentamenti per lavori in corso, rifacimenti e riparazioni.

Una chiesetta accanto a un caffè. sulla strada per Kamaikoura

Il Paese dei terremoti

Quando si parla di Nuova Zelanda, si tende a esaltare i paesaggi infiniti, la passione per gli sport estremi, il legame con il Signore degli Anelli, ma pochi sottolineano una delle caratteristiche più evidenti del Paese: la sua natura sismica. La Nuova Zelanda si trova nel punto di incontro tra due placche tettoniche, quella pacifica e quella indo-australiana, che si muovono l’una rispetto all’altra generando terremoti.

Ad agosto di quest’anno ci sono state quattro scosse nel giro di pochi giorni, di cui un paio forti nell’isola del Sud, che hanno causato il crollo di massi sulle strade. Christchurch si sta ancora riprendendo dal terremoto che distrusse la sua cattedrale e tanti altri edifici, e la sua natura di “cantiere” è evidente quando la si attraversa. Ma l’epicentro fu proprio a Kaikoura, che subì danni enormi non solo nell’immediato, ma anche negli anni seguenti.

Con la strada chiusa, la gente smise di andare nella cittadina, che vive più che altro sul turismo. E non è che in Nuova Zelanda ci siano percorsi alternativi per raggiungere un luogo. Le montagne, le foreste, la scarsità della popolazione fa sì che le strade siano poche e, dunque, obbligate. Se sono bloccate, i paesi restano isolati.

Vista dall'alto della baia di Kaikoura, in Nuova Zelanda.
La baia di Kaikoura

Fatalismo o saggezza

Sono stata a Kaikoura pochi giorni dopo avere sentito un terremoto a Milford Sound e avevo i nervi a fior di pelle. Non è divertente passare su strade senza guardrail, sotto tunnel strettissimi, sopra gole profonde sapendo di trovarsi su una terra instabile, i cui abitanti aspettando “la prossima grande scossa” con un certo fatalismo. I neozelandesi sembrano vivere alla giornata, conoscono e amano la natura e sanno che possono aspettarsi un disastro. Ma, forse perché l’isola è poco abitata, forse per un loro saggio atteggiamento nei confronti della vita, lo accettano. Una scossa come quella di Milford Sound, 5.4, avrebbe provocato danni in Italia, dove ogni angolo è costruito. Qui, in un fiordo selvaggio e deserto, non è successo nulla.

La paura, però, si sente. Andare a Kaikoura e vedere le ferite ancora aperte di un terremoto del passato fa venire i brividi. La Nuova Zelanda ti ricorda che la natura è più forte, che è lei a dominare, nel bene (la bellezza dei paesaggi) e nel male. Non si può attraversare il Paese senza sentire la minaccia, la precarietà del tutto. La Nuova Zelanda è anche questo e va rispettato, e ricordato.

Point Kean, Kaikoura

Kaikoura, la città delle foche e delle balene

La cittadina sbuca tra le montagne, una diramazione delle Alpi meridionali, lungo una costa selvaggia colonizzata dalle foche. Si sdraiano sulle rocce scure a prendere il sole, incuranti dei curiosi, oppure osservano l’oceano in attesa di chissà cosa. Al largo nuotano le balene, tant’è vero che i turisti stranieri vengono qui soprattutto per le gite in barca per avvistare i cetacei. In passato, i maori “cavalcavano” le balene e, nell’Ottocento, la città fu una base per la caccia. Il nome, in realtà, in maori significa “mangiatori di aragoste”, a indicare l’industria alla base dell’economia del distretto di Kaikoura.

Il centro abitato in sé è piccolo e, dopo la chiusura dei negozi e dei ristoranti nel post-terremoto, ha un’aria abbandonata. In inverno, specialmente. Sulla strada che separa le case dalla spiaggia, si affaccia qualche laboratorio d’arte, negozi di abbigliamento sportivo e di articoli per la casa, un fast food, un ristorante di pesce e un souvenir shop. Pochi turisti e abitanti del posto sono seduti a mangiare, una famigliola passeggia sulla grande spiaggia battuta dal vento.

Intorno alla cittadina sorgono ville sobrie, usate come case vacanza dai neozelandesi. Da Point Kean si gode di uno splendido panorama sulla baia, con gli scogli di un bianco accecante sotto il sole invernale, le onde che si infrangono a riva, il rumore forte del vento e la costa che si estende deserta, con le montagne alle spalle.

Kaikoura e le sue scogliere candide, battute dal vento e dal sole, dove abitano le foche.

Dairy, un posticino hygge

Mi sono trovata a Kaikoura all’ora di pranzo, con niente da fare se non passeggiare e godermi il bel tempo. Il nome del posto, certi scorci, perfino alcuni edifici mi ricordano Kamakoura, in Giappone, anche se le somiglianze finiscono qui. Non c’è molto nella cittadina, ma il suo ritmo slow, la sensazione di essere sospesi nel tempo, la tranquillità degli abitanti, le giovani artiste che dipingono conchiglie nei loro laboratori, invitano ad abbandonare la frenesia di fare e vedere.

Sono rimasta a lungo sulla spiaggia a guardare l’oceano, cercando di non pensare a possibili tzunami in grado di travolgere la costa. Ho sbirciato nei negozietti e, in fondo alla via, ho finalmente trovato il posto che cercavo: Dairy. Il nome è poco fantasioso per una caffetteria, ma in qualche modo profondamente adatto. Dairy assomiglia un po’ alle vecchie latterie, ma anche alle sale da tè dei paesini inglesi, con tanto di saletta con camino e tazzine di porcellana con i fiori. Piccolo, accogliente, very British, il locale mi ha conquistata. Mi sono seduta al tavolino tondo accanto al camino e ho ordinato tè Earl Grey e una delle torte in esposizione, la sticky date cake.

La sticky date cake di Dairy, un posticino hygge a Kaikoura.
Un tè e sticky date cake di Dairy

Morbida, dolcissima e piena di datteri e noci, la torta mi ha caricato di energia in quella fredda giornata invernale e il tè con un goccio di latte mi ha riportato in Europa, nelle cittadine inglesi ancorate alla tradizione.

Conto i tavolini: due nella saletta, altri due all’ingresso. I clienti sono giovani del posto. Non c’è un menu, solo una vetrina con qualche piatto salato, due torte (la mia e una torta enorme di carote), i muffin, gli scone con la marmellata. Alla parete è appesa la lista delle bevande. Regna un’atmosfera speciale, molto British, qui, a migliaia di miglia dall’Inghilterra, a dimostrazione che in tutto il mondo si possono trovare angolini di casa. Basta saperli cercare.


Leggi anche: La Terra di Mezzo in Nuova Zelanda e Seduta in quel caffè, in Australia, con i Lamington


Ginevra S.W.

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