Un viaggio vintage: New York ai tempi delle Twin Towers

Dieci anni fa, ero a New York. Ero atterrata per restarci, ma conoscevo già la grande mela. A dire il vero, i ricordi della prima volta in cui ho alzato gli occhi sui grattacieli e mi sono sentita minuscola sono quasi sfocati, perché risalgono a tanto tempo fa. Perciò, quando ho letto sul blog di Silvia, The Food Traveler, il racconto della sua esperienza nel Gloucerstershire e ho scoperto l’iniziativa #UnViaggioVintage del blog Alla Ricerca di Shambala, ho subito pensato a New York. L’idea è quella di concentrarsi sui ricordi e trovare un viaggio vintage, e questo è il mio.

Downtown New York

Il luogo dei sogni

Ero arrivata in America con il cuore di una teenager innamorata di un sogno, di una cultura e di tutto ciò che rappresentava. Conoscevo gli Stati Uniti attraverso i libri e i film, le serie tv, e sentivo di avere un legame con quel Paese oltreoceano dove i miei antenati, decenni prima, erano emigrati. Che emozione preziosa, quella di atterrare nel luogo dei propri sogni. Non si può descrivere a parole; solo provare.

Ed è un’emozione rara tra gli adulti, perché è legata – credo – alla spensieratezza dell’età in cui si pensa che tutto sia possibile, che i desideri si trasformino facilmente in realtà e che le città siano luoghi magici, in grado da sole di regalare la felicità. Basta allontanarsi da casa, dalla scuola e dai tormenti adolescenziali per sentirsi liberi.

Ricordi dell’Upper West Side

Ricordo che le foglie gialle e color rame cominciavano a cadere sui marciapiedi, mentre percorrevamo le vie dell’Upper West Side in direzione di Central Park. Un parco enorme ai miei occhi, civettuolo all’inizio, poi sempre più selvaggio, fino ad arrivare a un punto, verso Harlem, in cui alberi, cespugli e sentieri fanno sentire quasi in un bosco.

Harlem mi incuriosiva, con le sue chiese da cui provenivano le voci dei cori gospel, la cattedrale di Saint John in Amsterdam Avenue, gli edifici in mattoni rossi che mi ricordavano già la periferia, i cortili in cui i ragazzi giocavano a calcio. Non era la New York che avevo in mente e a me piace essere stupita. In un certo senso, mi sentivo più in un film in quel quartiere lontano dal lusso e dalle vetrine sgargianti, che sotto il Rockefeller Center.

Madison Square, New York

 

Flatiron, New York

Un po’ americana

Ricordo che, tornando, ero passata davanti alla Columbia University tra Amsterdam e Broadway, la mia prima tappa universitaria nelle città straniere. Guardavo gli edifici imponenti, gli studenti che attraversavano il parco, e pensavo che anch’io sarei andata all’università al ritorno, e forse mi sarei sentita come loro. Ovviamente l’Italia è riuscita a disilludermi molto in fretta. Ma allora ero spensierata, piena di entusiasmo, e gioivo con in mano il mio cappuccino gigante al caramello, che non si raffreddava mai. Camminavo cercando di bere per imitare loro, i newyorkesi, e nella folla mi sentivo felice.

Musical e scintillio

Lincoln Center, l’Upper West Side e poi il cuore di Manhattan, il traffico, le luci, i teatri e i negozi di ogni genere, con le insegne colorate, più caotici e vivaci di quelli a cui ero abituata. Andai a vedere Cats, il musical, con gli attori vestiti da sinuosi gatti neri che scivolavano lungo le travi e sul palcoscenico, incantandomi con le canzoni. La Fifth Avenue resta sempre, nei miei ricordi, un luogo che mi lascia fredda, come spesso accade quando il lusso è ostentato. Anni dopo, percorrendola a Natale, avrei compreso il significato dei termini “fagocitata dalla folla” e “stregata dalle vetrine”. Allora, però, erano l’arte e l’architettura ad affascinarmi, non i negozi.

Grattacieli

A conquistarmi, infatti, furono il Flatiron con la sua forma triangolare a “ferro da stiro” e  il Chrysler, il grattacielo in Art Deco sulla 42esima, che luccicava sotto il sole e, al tramonto, si colorava di rosa. Poi la vista notturna dalla cima dell’Empire State Building, con le stelle che si confondevano con le luci metropolitane, e il Palazzo dell’ONU. Ricordo ancora l’orgoglio con cui mi sono appuntata al maglione il budge che ci diedero per entrare.

Tra il Village e il mare

Allora attraversai velocemente il Village, Washington Square e il Lower East Side, che avrei esplorato in seguito. Non credo di essermi davvero resa conto dell’estensione della città, mentre venivo portata da una parte all’altra dalla nostra guida. Era una persona simpaticissima e colta, innamorata degli Stati Uniti. Rise vedendomi così eccitata all’imbarco del battello per la Statua della Libertà. Non avevo ancora visto Titanic, altrimenti avrei alzato gli occhi come Rose sulla statua e avrei messo la mano in tasca trovando… probabilmente una penna.

Twin Towers. Nostalgia.

Il ricordo delle Twin Towers viste dal mare è prezioso, anche se allora le guardavo immaginando che fossero giganti posti a guardia della città, maestose e impassibili. Sono cambiate molte cose da allora, le torri non ci sono più e con loro se n’è andata un’epoca. L’epoca della semplicità, dei sogni senza frontiere. Adesso si viaggia di più, forse, ma con uno spirito diverso. Con un senso d’ansia che da ragazzina non conoscevo.

Soprattutto, allora attraversare l’oceano significava davvero entrare in un sogno, faticosamente conquistato. Ora le opportunità di spostarsi da un capo all’altro del mondo sono tante. Adesso viaggiano tutti, ma credo che una certa dose di magia sia andata perduta.

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Storie di immigrati

Poi, Ellis Island e le mille storie degli immigrati che sembravano riecheggiare tra le pareti del museo, i registri, i documenti, le vecchie foto in bianco e nero, la malinconica vista della città dall’isoletta in cui un tempo si fermavano gli stranieri diretti in America. L’accompagnatore aveva insistito per una cena a Little Italy, per restare nella bolla malinconica del nostro viaggio all’indietro, nell’epoca dell’immigrazione e dei sogni di una nuova vita oltre l’oceano.

La pizza americana è un’esperienza da fare, soprattutto tra le strade allegre del quartiere italiano. Te la presentano come se fosse un gioiello e, scoprendo da dove vieni, aspettano ansiosi il tuo parere. Che, invariabilmente, non è sincero. Perché siamo a New York e non ci importa, sinceramente, di trovare l’Italia. È un modo come un altro per immergersi nelle abitudini della città.

Bakery love

È stato anche il viaggio del mio primo apple crumble, del cheesecake e del lemon cake, che a casa non avevo mai mangiato. La passione per i dolci della tradizione americana era destinata a durare a lungo, e allora non erano molto diffusi in Italia. Le bakery mi sembravano appartenere al paese dei balocchi. Allora non avevo pasticcerie a stelle e strisce sotto casa, né food blog o travel blog da consultare. Solo la mia guida cartacea, i telefilm visti nei lunghi pomeriggi invernali mentre fuori nevicava e una macchina fotografica non digitale. D’altra parte, questo articolo doveva essere vintage, giusto?

Washington Square, New York

Tramonto a Central Park, New York

 

  1. Ti ho appena risposto in inglese a un commento sul mio blog. Non sapevo fossi italiana 😀
    Che bello leggere questo post, mi ha ricordato i miei vagabondaggi in giro per quella città meravigliosa, la voglia immensa di vederne ogni angolo e trovarne ogni angolo meraviglioso.

    • Blueberry Stories

      In effetti non so perché ti ho scritto in inglese… mi è venuto automatico! Ah, guarda, non passa giorno che non pensi a New York. Non passa mai la voglia di tornarci e continuare a esplorarla.

      • Mi sarebbe molto piaciuto vederla quando ancora c’erano le Twin Towers, ma purtroppo ci sono stata per la prima volta nel 2004. E poi ci ho fatto ritorno nel 2012, e nel frattempo eravamo cresciute sia io che l’edificio che ha sostituito quel gigantesco buco. Tu dove sei ora? Ho spulciato un po’ il tuo blog ma non sono riuscita a capire in che angolo di mondo ti trovi.

        • Blueberry Stories

          A Milano… ma non mi dispiacerebbe trasferirmi nel Nord Europa, come te. Posso chiederti qualche consiglio, magari?

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