Andando per case e canali sotto il sole d’Olanda

Quando una persona della tua famiglia si trasferisce all’estero, un po’ ti trasferisci anche tu. Con il pensiero e nella realtà. Così capita che impari a conoscere una città che fino a poco tempo prima ignoravi, che non era tra i luoghi in cui sognavi di abitare. All’improvviso, invece, diventa familiare, torni più volte, ripercorri le strade e rivedi i posti che un pochino ti appartengono. Ti chiedi se potresti vivere lì, se ti sentiresti a casa. Il problema è che è difficile sentirsi a casa senza un affetto. La famosa frase che tanti usano, “la mia casa è il mondo”, mi ha sempre lasciata perplessa. Davvero potete affermare di sentirvi legati a qualsiasi posto visitiate? Davvero non avete bisogno di un rifugio, uno spazio che è solo vostro, in cui tenere le poche cose che vi sono care? un posto che non cambia ogni sei mesi ma resta sempre lo stesso, riempiendosi di ricordi? Le case, quando le amiamo, ci amano. Non ci fanno sentire soli. Ci coccolano quando non stiamo bene, nei giorni bui. Il problema, semmai, è trovare “casa”.

In Olanda. Negli stessi luoghi, che sono diversi.

Cammino per Amsterdam mentre rimugino su questi temi. Adoro la casa in cui sono, con i serramenti bianchi, il bow window, i divani grigi, il terrazzino che dà sul giardino interno. La luce del Nord che inonda lo spazio. Le case intorno sono di mattoncini rossi, tanto simili a quelle di Londra. Lungo il canale sotto casa, la gente va a correre e a passeggiare. Torno nei luoghi che ormai conosco, che cominciano a conservare ricordi ed emozioni. Ma ogni volta è diverso. Sono andata a Vondelpark e l’ho trovato affollato, arruffato, meno “addomesticato” che in primavera. Erano le ore più calde della giornata e mancava la luce dorata del tardo pomeriggio, quella che amo alla follia. Tornare negli stessi posti aiuta a ridimensionarli, a capire che sono vivi e quindi imperfetti, non congelati nella perfezione della memoria. Conservano la loro bellezza, ma perdono l’aura di sacralità che ci spinge a pensare, quando siamo lontani, che siano ideali.

un cortile di Amsterdam, Olanda

La bellezza imperfetta di Amsterdam

Ho vagato tra le vie del Jordaan, lungo i canali che, verso sera, si animano di persone, di voci e di profumi. È estate, il sole sembra non tramontare mai. In Olanda non si lavora fino a tardi, in genere. Come in tutti i paesi nordici, quasi nessuno è “work alcoholic”. Il segreto della felicità degli olandesi, come quello dei danesi, è l’assenza di grandi ambizioni. Uno stipendio adeguato, servizi che funzionano, una bicicletta, le vacanze, gli amici, la birra, molta indifferenza su quello che fanno o pensano gli altri. L’Olanda non è la Scandinavia: è meno ordinata, più caotica, più libera, in un certo senso. Ma anche qui, come a Copenhagen, ho la sensazione che nessuno sia isterico, schizzato, esaurito. L’atmosfera di insoddisfazione che si respira in Italia, dove tutti vogliono ciò che non hanno, in Olanda sembra assente. Lungo un canale, noto quattro signore anziane sedute intorno a un tavolino di legno davanti a casa. Stanno mangiando e bevendo in riva all’acqua, in ciabatte.

Due vecchietti giocano a carte su una panchina. I bambini corrono a piedi nudi in una piazzetta alberata, circondata dalle case di mattoni “londinesi”.  Davanti alle porte, vasi di ortensie, piante verdi, rampicanti, fiori rosa e lilla. Poi giri l’angolo e inciampi nei sacchi dell’immondizia, calpesti mozziconi di sigaretta e cartacce. Guardi nei piatti della gente che mangia all’aperto e ti passa la voglia di entrare. No, Amsterdam non è perfetta. Ed è giusto, e bello, che non lo sia. È un crocevia di gente, di giovani stranieri che si trasferiscono per un anno, cinque o chissà quanto. Un colorato insieme di storie, lingue e abitudini che convivono, che si sovrappongono, che si incrociano. Un luogo in cui non ci sono gabbie, forse, ma nemmeno un’identità. 

La domanda a cui la città risponde

Un porto di mare, dove tutti vanno e vengono, senza attaccarsi troppo, senza giudicare troppo. Il contrario delle città italiane, mi viene da dire. Forse, in fondo, la città che vorremmo è un insieme di città diverse, un puzzle che unisce i loro aspetti migliori. E naturalmente non esiste. Mi torna in mente Calvino. Marco Polo, ne Le città invisibili, viaggia per tutto l’impero d’Oriente eppure descrive mille versioni di Venezia. Dentro di noi abbiamo la “nostra” città. Magari fuggiamo perché crediamo che la felicità sia altrove, perché ci sentiamo in dovere di vivere da vagabondi, perché a volte siamo costretti a farlo. Calvino dice che di una città non godi le sue meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. E la domanda più scottante, a mio parere, è proprio questa: qual è “casa”? Io non penso sia il luogo perfetto – che non esiste – né quello considerato (da chi? la società? Instagram? i blog?) più “cool”. Penso che “casa” sia il luogo da cui non desideriamo scappare dopo averci vissuto per anni, tra alti e bassi, e averne visto i difetti.

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