Quei pigri giorni sul Mar dei Caraibi

Pensare ai Caraibi, per me, ha sempre significato immaginare il dolce far niente. Non avere impegni può essere un problema per chi è abituato alla fretta metropolitana, a scadenze di lavoro sempre urgenti e ai sensi di colpa se si rimane per una giornata a sonnecchiare davanti al mare (o al camino) come i gatti. Ma il caldo torrido, la stanchezza e il bisogno di recuperare le energie, ogni tanto, prevalgono. L’otium dei latini, opposto al negotium, è un’arte. Concedersi del tempo per pensare, seduti su una poltrona o su un lettino a contemplare il panorama, sdogana i pensieri e la creatività. Non è vero che essere sempre in movimento e iperattivi tiene sveglia la mente. A volte la opprime, la ingabbia, spegne la sua parte migliore.

Palme, sabbia bianca e mare azzurro ai Caraibi

DOLCE FAR NIENTE AI CARAIBI

I primi assaggi me li hanno offerti Cancun e le isole Bahamas, affacciate su quel Mar dei Caraibi che si finisce sempre per mitizzare. Dopo il viaggio in Messico, mi sono ritrovata su una spiaggia bianca come mai ne avevo viste prima. Abbagliante. L’ho toccata per assicurarmi che non fosse un’illusione ottica, perché non si sa mai, con i tempi che corrono. Invece no, era proprio vera. Sottile, scivolava tra le dita come il sale e profumava di conchiglie e di mare. In fondo, uno specchio color smeraldo scintillava sotto il sole della mattina. Intorno, le palme nane erano accarezzate dal vento. La voglia di fare qualcosa – qualsiasi cosa – che non fosse restare lì, sul mio lettino sotto il tetto di paglia, a guardare l’orizzonte, è svanita. Le giornate ai Caraibi scorrono anche se non ti tieni impegnato, anche se ti limiti a leggere un libro e a fare una passeggiata nel tardo pomeriggio, quando la luce diventa dorata, intensa, avvolgente.

Cancun, spiaggia dell'hotel

CANCUN

A Cancun non c’è niente di memorabile. Città di turisti, è un nastro sul mare, lungo il quale si alternano case basse e colorate e grattacieli tozzi, hotel, ristoranti, negozi, palme. Inoltrandosi nelle strade cittadine, si incontrano i flamboyant, gli alberi del fuoco, dalla fioritura arancio acceso. Attenzione a dove mettete i piedi, perché rischiate di calpestare una piccola iguana. Sto scherzando, ma neanche troppo. In un giardino, felicemente distesa su un’amaca, ne ho vista una che mi osservava con aria sorniona. Non ci tornerei, ma sono contenta di esserci stata.

Cancun, vista

IL RICHIAMO DEI TROPICI

L’arte del dolce far niente, una volta scoperta, va praticata. Non sempre, intendiamoci. Ma ogni tanto il richiamo dei tropici si fa sentire. All’improvviso si ha voglia di abbandonare le scarpe per le infradito e dimenticare l’asciugacapelli, il computer e la frenesia della città. Si guardano le noci di cocco nei supermercati e si diventa tristi, pensando a quanto sono fuori luogo qui, tra le mele e le pesche. Si cerca nei frullati il sapore della frutta tropicale e ci si trascina nell’afa cittadina, pensando che sì, potremmo sopportare il caldo, perfino l’umidità, se solo avessimo un’amaca, una spiaggia candida e una capanna. Sorvoliamo sulle creature animali che con tutta probabilità popolerebbero tale capanna.

Cancun, resort

DA NEW YORK ALLE BAHAMAS

Così, mentre ero a New York pensavo ai Caraibi e, mentre il vento gelido di novembre metteva a dura prova gli amanti del freddo, al lavoro mi ritrovavo a guardare le foto delle isole americane e a calcolare le distanze, i costi, le date. Un piano di fuga stava prendendo piede. Senza quasi rendermene conto, mi sono ritrovata, un giovedì sera di pioggia battente, sulla metropolitana. Direzione: Queens, a casa di una mia amica. Poi su un taxi per La Guardia, di nuovo a casa a recuperare il passaporto dimenticato. Nell’aeroporto semi-deserto, su un aereo, a Washington per lo scalo e, infine, nell’abbraccio caldo di Nassau, Bahamas.

Mar dei Caraibi

ESPLORANDO NASSAU

È strano passare dal freddo al caldo senza soluzione di continuità, togliere il maglione e infilare un pareo. Invece dei grattacieli, ecco il mare, che qui è verde chiarissimo, trasparente, increspato da onde sottili. Il taxista guida a velocità sostenuta lungo la strada panoramica, tra le palme. Ci spiega che Nassau, un tempo, era luogo di pirati e che molti schiavi, una volta ottenuta la libertà, hanno deciso di restare qui. Raggiungiamo una zona defilata dalla città, in mezzo alla vegetazione tropicale. L’aria profuma di sale, di sabbia, di pesce alla piastra. L’hotel è modesto, ma con una bella terrazza panoramica da cui si assiste al tramonto e l’accesso a una spiaggia deserta. Non c’è nessuno, soltanto noi. Ci tuffiamo nel mare caldo, faticando a credere che poche ore prima eravamo in una New York polare. Dall’acqua scorgo alcuni abitanti del posto che vendono frutta esotica sulla spiaggia.

SUL FAR DELLA SERA

Al crepuscolo scopriamo che Nassau è molto carina. Ha un vivace centro storico, con le case georgiane, gli edifici di legno dipinti di colori diversi, i ristorantini allegri, la gente che balla per strada. Mangiamo vicino al mare, all’aperto. Un piatto di gamberi, riso, lime, cocco e avocado, con una salsa dolce e un cocktail di frutta. Mi sembra di essere accolta nella vita quotidiana dell’isola, di entrarci senza sforzo, felice di non vedere i segni invadenti del turismo di massa.

All'alba sulla spiaggia delle Bahamas

PARADISE ISLAND E UN COCCO SULLA SPIAGGIA

Il sabato scopro che, in effetti, le Bahamas hanno un’altra faccia. C’è un ponte all’orizzonte e qualcuno insiste per andare a esplorare Paradise Island. Con un nome così non può che essere paradisiaca, giusto? Sbagliato. Mi trovo davanti un resort talmente kitsch che, per un attimo, mi chiedo se non abbiano costruito un parco divertimenti sull’isola. Ecco dov’è tutta la gente, ammassata nelle piscine con gli scivoli. Oppure in coda per visitare la “città sotto il mare”, un percorso sotterraneo tra gli acquari. Sulla spiaggia vendono cocktail dentro le noci di cocco e, oltre l’hotel, si intravedono gli yatch ancorati al porto.

I Caraibi si tingono di rosa, lilla e verde smeraldo

RITORNO A NEW PROVIDENCE

La mia immagine di isola deserta dei Caraibi si infrange miseramente.  Gli uomini riescono a rovinare i paradisi naturali con grande facilità. Per consolarmi, prendo il mio cocco e mi trovo un angoletto solitario, in attesa di varcare nuovamente il ponte e tornare nell’atmosfera rilassata di New Providence. A prendere un tè Ceylon sulla terrazza, con i dolcetti alla banana. Ad aspettare che il cielo diventi rosa e violetto, i richiami degli uccelli dell’isola riempiano l’aria e sia l’ora di vestirsi e lasciare la poltrona di vimini. Pigramente.


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