Sydney under the rain. A love story.

Esiste un modo per capire se davvero amiamo una città o se l’entusiasmo che ci porta a dire «è il posto più bello del mondo» è solo un’infatuazione, dovuta al fatto che l’abbiamo vista con il sole, i colori accesi, mentre eravamo in vacanza e abbiamo mostrato – noi e la città – il nostro lato migliore. Provate ad andarci quando piove, e non per un’ora o due, ma per una settimana intera. Con il cielo nuvoloso, quasi sempre grigio, il vento che soffia impavido e le strade che si allagano. Andateci dopo averla vista con un tempo meraviglioso e interrogate voi stessi, chiedendovi: «amo davvero questa città? ci abiterei, sapendo che può essere terribilmente imperfetta e che non è il posto da favola che mi era sembrato la prima volta?» Se la risposta è un risonante «sì», complimenti: siete innamorati.

Vista dell'Harbour Bridge, Sydney

A me è successo con Sydney. Premessa: l’Australia è sempre stata nei miei pensieri, fin da quando ero bambina e la mia gioia più grande era guardare il cartone animato di Lucy May mentre facevo merenda. Ovviamente volevo un koala domestico. Ovviamente adoravo tutto quel verde, quegli spazi immensi, quella natura selvaggia.

Ma non solo. Mi è sempre piaciuta l’idea di una nazione giovane, senza un pesante passato da portare sulle spalle, libera di essere chi desidera e di assorbire le tradizioni di popoli diversi, di sentirsi orgogliosa della propria flora e fauna invece che dei musei. Perciò l’Australia è la terra che più mi stuzzica, mi incuriosisce e mi attira, più dell’America, più di ogni altro luogo al mondo. Tralasciando per un attimo il lungo, lunghissimo viaggio che per me è una prova di forza, fingiamo di essere già atterrati nella città che volevo fosse – di nuovo – la mia prima tappa Down Under.

Botanic Gardens, Sydney

Pappagallini nei Botanic Gardens

Ricordavo Sydney con il sole. Un sole invernale eppure caldo, luminoso, quella luce trasparente e pulita che avevo imparato ad associare all’Australia. Ricordavo colori intensi, spiagge su cui passeggiare per ore, pie mangiate all’aperto, gite in montagna con un cielo limpido, e tramonti dorati visti dalla mia terrazza. Ricordavo pomeriggi nelle baie e fiori rossi già spuntati sugli alberi, Hyde Park pieno di gente in pausa pranzo, le palme che svettavano contro l’azzurro lungo Macquarie Street e lo skyline fotografato dai traghetti verso Manly o Watsons Bay.

Royal Botanic Gardens

Ma no, le cose non tornano mai uguali a se stesse, e lo capisco nell’istante in cui, dopo una mezza giornata di (quasi) sole trascorsa nei Royal Botanic Gardens, il cielo si riveste di nuvole. I giardini botanici sono il luogo ideale per cominciare l’esplorazione della città. Non solo perché permettono di scoprire le varietà di piante che popolano questa parte di mondo, ma anche per gli splendidi scorci che offrono sui simboli architettonici di Sydney, le vele bianche dell’Opera House e il massiccio Harbour Bridge.

Camminando nel parco, si può incontrare un ragazzo che offre zucchero a una coppia di pappagallini colorati, fermarsi a leggere i nomi delle piante tipiche di tutta l’area del Pacifico, incrociare un opossum al tramonto e fermarsi a Mrs Macquarie’s Point, promontorio a est dove la moglie del governatore fece costruire, nel 1810, un sedile nella roccia per osservare le navi.

Macquarie e Hyde Park

Macquarie è anche il nome della strada che costeggia i giardini, ampia, ombreggiata dalle palme, lungo la quale sfilano i palazzi del periodo vittoriano commissionati dal governatore in persona a un detenuto, Francis Greenway: la Zecca, il Parlamento, la biblioteca e gli alloggi della servitù, ora sede del Conservatorio. Io che, ancora incredula, percorro questa via sentendomi piccina, sotto il sole, è un ricordo che stride con l’ombrello e la pioggia che comincia a cadere; eppure, la sensazione che provo è la stessa.

Scorcio dell'Opera House e Harbour Bridge

Si arriva così al verde scuro di Hyde Park (diciamo che a Sydney è impossibile dimenticare la presenza inglese), con i suoi alberi enormi, a ombrello, sotto cui si nascondono gli opossum, e alla cattedrale di Saint Mary, una costruzione moderna in stile gotico. L’effetto, ve l’assicuro, non è male. Ha senso che sia così. Nessuno ci vieta di imitare il passato.

Ormai piove a dirotto. Sono le quattro del pomeriggio e le luci si accendono (è inverno, il sole tramonta presto) e il traffico aumenta, anche se la parola “caos” non può davvero essere associata a questa città. Non per chi viene da Milano.

Davanti ho due possibilità: svoltare a sinistra su Oxford Street, una via commerciale, dove ho tanti ricordi, oppure girare a destra e inoltrarmi nel Central Business District, che con la pioggia mi sembra ancora più affascinante. Perché? Non lo so. Le luci, i grattacieli, gli ombrelli, la prospettiva di trovare un caffè in cui rifugiarsi per una merenda. E così scelgo la city.

Sydney Skyline

Coffee & The City

All’interno di The Strand Arcade, lungo Pitt Street, si dimentica il clima. L’architettura in stile vittoriano riporta a Londra, la Londra del passato, quella dei salotti e dei negozi eleganti, delle porcellane e delle tazze di tè.

Ho adocchiato un caffè minuscolo con una vetrina in cui sono esibiti muffin giganti al cioccolato, brownie, scone e tortine di mandorle. Opto per un muffin e un Chai tea, seduta contro la parete, tra una ragazza con il passeggino e la porta, sentendomi nella casa delle bambole. Poi, prima che – all’alba delle cinque del pomeriggio – i negozi chiudano, faccio un giro di perlustrazione, perdendomi tra designer australiani e saloni di bellezza.

Visto che la pioggia non accenna a diminuire, mi sposto nel Queen Victoria Building di George Street, passeggiando tra i negozi chiusi e osservando i giovani seduti nei caffè con i loro computer. È facile sentirsi parte della città, come se fosse normale essere qui, in un pomeriggio d’inverno, a fare due passi prima di cena.

Sydney notturna

Verso Circular Quay

E mi piace percorrere le strade parallele della city, attraversare il suo cuore pulsante, la bella Martin Place, alzare gli occhi verso la Sydney Tower, sbirciare il programma del decoratissimo State Theatre e ammirare l’imponente Town Hall, il municipio, costruito nel 1874. Salendo, si arriva a Circular Quay, la stazione marittima, con i suoi ristoranti, fast food e i gabbiani che volano senza sosta. Superate le palme basse e larghe, ecco l’Opera House illuminata per la sera: è uno dei monumenti che preferisco al mondo, così simile a una barca sull’oceano, così essenziale.

Non riesco a distogliere gli occhi dall’Opera e dai grattacieli alle sue spalle, il quadro che contemplo con una forte sensazione di déjà-vu e con la consapevolezza che la pioggia non ha cambiato niente: Sydney esercita su di me un fascino speciale. Non è perfetta o ideale, ha i suoi difetti, come tutte le città. Ma per me è bellissima. Ci capiamo, io e lei. E nei prossimi articoli continueremo a dialogare.

Opera House sotto le nuvole

From Sydney, with Love

Muoversi a Sydney è facilissimo: l’aeroporto è ben servito dal treno che porta in centro città, dai taxi (bastano quindici minuti per raggiungere Circular Quay) e dai bus. Per spostarsi in città bisogna procurarsi la Opal Card che, come la Oyster Card di Londra, si carica con una somma a scelta (minimo 10 dollari) e si utilizza per tutti i mezzi pubblici, treni e traghetti compresi. Si acquista a Circular Quay, nelle edicole e alle fermate della metropolitana.

I negozi chiudono presto, quindi scordatevi di fare shopping dopo le 6 pm. Anche i ristoranti tendono a non tenere aperta la cucina oltre una certa ora, ragion per cui è cosa buona andare a cena per le otto e fare una bella passeggiata più tardi, sul mare.

Una piccola nota: Sydney va esplorata quartiere per quartiere, con i mezzi pubblici e a piedi. Nella mia mente, la città è un mosaico perfetto, di cui il Business District e i Botanic Gardens sono soltanto la prima tessera…

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