I salici mossi dal vento sul lago di Hangzhou

La Cina mi ha sempre intrigato, come tutti i Paesi dell’Estremo Oriente. Colpa di Terzani, del riso e dei ravioli a vapore, delle leggende sulla Grande Muraglia. Quando si è presentata l’occasione di andarci, grazie all’Istituto Confucio di Milano e all’Università Cattolica, non ho esitato. Una “missione diplomatica” che mi avrebbe permesso di vedere la Cina con i cinesi, di entrare nei campus universitari e partecipare agli incontri con professori e registi, di fare nuove conoscenze e di visitare luoghi incredibili come Hangzou ed Hengdian. Non avevo fatto i conti con le… temperature.

La pioggia crea un velo di nebbia sul lago occidentale.

Hangzhou

Ci si rende conto di essere in Oriente quando si esce dall’aeroporto di Shanghai e ci si ritrova su un pulmino traballante, scomodo e umido, con un autista cinese che lo scaraventa in autostrada a tutta velocità, ignorando felicemente ogni regola conosciuta. Fa freddissimo, e non me lo aspettavo. Perché non ho portato il fedele Woolrich? Ho una valigia enorme piena di cose inutili. La pioggia torrenziale e il lungo volo, però, conciliano il sonno e in breve tempo io e il resto del gruppo crolliamo in un torpore silenzioso.

Il contrasto tra i mezzi locali e il lusso confortevole dell’hotel di Hangzhou, capitale dello Zhejiang, non potrebbe essere più stridente. Le lenzuola bianche e profumate, il bollitore per il tè, il materasso morbido e il bagno di marmo invitano a trascorrere il resto della giornata nella stanza con l’ultimo pacchetto di biscotti italiani, mentre fuori infuria la tempesta. C’è stato un tifone al largo delle coste cinesi, a quando pare, e i venti stanno portando il maltempo anche qui. Ma non crediate che i cinesi si lasciano spaventare: li vedo sfrecciare in bicicletta con una mantellina anti-pioggia, come se nulla fosse.

Hangzhou, tempio sul lago

Scenario magico sul lago, in Cina

West Lake, poetico e malinconico

Il giorno seguente, il lago emerge dalla foschia come in una fiaba. Hangzhou sorge sulle sponde del West Lake, disseminato di isolotti ricchi di leggende. Nonostante la nebbia che ingoia le colline, il panorama è incantevole. È la mia prima volta in Cina ed è esattamente come me l’aspettavo, forse perché Hangzhou, fuori dalle solite mete turistiche, è ancora avvolta dal fascino di un tempo.

Con l’umidità che mi arriccia i capelli, faccio il giro del lago, camminando sotto i salici e perdendomi nella contemplazione della luce che si riflette sull’acqua, giocando con le mille sfumature d’oro e di verde.

I profili delle colline si disegnano tra le nuvole, le ninfee coprono la superficie dell’acqua color piombo. Tra gli alberi bagnati di pioggia si intravedono i templi, mentre percorriamo sotto l’ombrello il sentiero che, tra i salici, costeggia il lago. Sembra di essere in uno di quei libri illustrati, o nelle miniature che si vedono nei musei. Su uno degli isolotti collegati alla terraferma da un ponte e dalle barche, chiamato Gushan, viveva un poeta che dedicava i suoi versi alla natura, all’albero di prugne che cresceva nel suo giardino, e alla gru, la sua compagna di vita. Sono sepolti l’uno accanto all’altra, all’ombra di un albero.

Curiosando nelle case di Hefang Street

In cima a Wushan Hill svetta una pagoda maestosa, ed è lì che ci dirigiamo mentre la pioggia si placa. Percorrere Hefang Street significa inoltrarsi in un dedalo di botteghe, bancarelle, ristoranti all’aperto che cucinano soltanto i piatti locali, tea house e mercatini dove si respira un’aria a metà tra il nostalgico e il kitsch. Sbircio oltre una porta stretta e mi trovo in un tempio buddista. Compro dei ravioli ripieni di verdura e mi rendo conto di non avere mai assaggiato la vera cucina cinese.

In città, alcune case nascondono cortili rimasti come in passato, con le lanterne appese al soffitto, le porte scorrevoli, i tavolini bassi e le piante in ogni angolo. Più cortili ci sono, più alto è il rango della famiglia che vi abita. I tetti con le decorazioni a cresta, mi spiegano, sono così progettati per proteggere la casa dagli spiriti cattivi, mentre muri e porte chiuse riflettono il riserbo che caratterizza questo popolo. Visito la bottega di un artigiano che sta facendo vasi di ceramica, mi saluta con un sorriso ma non si ferma.

Nella ex residenza di Xueyan Hu

Ad Hangzhou c’è una casa che lascia a bocca aperta. Ma sul serio. Qui viveva il ricchissimo commerciante Hu Xueyan, legato alla dinastia Qing, che nel 1872 volle farsi costruire una residenza in puro stile cinese, con ponti, pagode, giardini, stagni, alberi di gingko nei cortili.

Una casa tradizionale ad Hangzhou

A lezione con il regista

Ma Hangzhou non è soltanto suggestioni e leggende. La visita al campus universitario lascia a bocca aperta: un edificio immenso, di vetro e cemento, con aule spaziose e dotate di ogni comfort, una mensa luminosa dove si mangia benissimo, aiuole curate e alberi lungo i viali. Da ex studenti di cinema, siamo ospiti della facoltà di Media & Communication, che sembra un set cinematografico. Telecamere, mega schermi, sale montaggio, aule per le riprese… è tutto così diverso rispetto all’Università Cattolica, che quasi non riusciamo a parlare.

Assistiamo a una splendida lezione che ci porta a conoscere meglio il cinema cinese. Il modo in cui parla il professore, gli aneddoti che racconta, mi fanno dimenticare tutto tranne il presente: conta solo qui, ora, le storie che ascolto e il Paese che mi circonda. Una ragazza sorridente e gentile ci versa il tè verde dalle brocche, in silenzio.

In mensa con i cinesi

Il pranzo in mensa con gli studenti cinesi è un’altra esperienza impossibile da dimenticare. Con estrema discrezione, si siedono accanto a noi e ci fanno domande. Come si vive in Italia? Tutti hanno qualcosa da raccontare: un fratello che si è trasferito negli Stati Uniti, un’amica che vive a Milano e che è innamorata del gelato italiano, un viaggio in Europa dopo le scuole superiori.

Mi colpisce vedere come quasi tutti abbiano in programma di emigrare, come se fosse un destino, non una scelta. Dicono che in Cina non si rimane, dopo l’università, se si vuole fare carriera. E loro vogliono farla. Un po’ mi spaventano, la loro disciplina e determinazione. Io sono attratta dall’Oriente perché voglio imparare a pensare solo al presente, senza fare programmi, camminando su una strada a curve invece che dritta. Invece mi trovo a parlare con studenti che sognano solo di avere successo. Ecco il nuovo volto della Cina.

Nei giardini di Suzhou

Lascio Hangzhou a malincuore, perché in realtà vorrei vedere molte più cose. La piantagione di tè di Meijiawu, per esempio, o le pagode che spuntano tra la vegetazione e il lago mentre ci dirigiamo verso Suzhou, nello Jiangsu. Mi ha affascinato tutto di Hangzhou, non importa se il centro è fatto di palazzoni ed edifici tutti uguali. Capisco perché Marco Polo l’avesse descritta come la città più bella del mondo, ai suoi tempi.

Mi consolo però quando arrivo a Suzhou, sulle sponde del lago Taihu, una città dalla storia antichissima e gloriosa. Non a caso figura tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO: i suoi giardini, costruiti sotto  le dinastie Ming e Qing, sono meravigliosi. Il reticolo di stradine, ponti e canali mi ricorda moltissimo una delle città descritte da Calvino nel suo libro Le città invisibili. È una sinfonia di elementi, colori e pagode, che riflettono l’amore per l’equilibrio e l’armonia. La sera si accendono le lanterne e si mangiano ravioli cotte a vapore, riso, pesce e alghe cucinate in un modo che non avrei mai immaginato. E che non saprei descrivervi, a essere sincera (in Cina si mangia senza chiedersi cosa c’è nel piatto. Davvero.)

Nel museo del costume scopro che la città era famosa per le sete, i ventagli e i ricami, quando le grandi carovane di mercanti percorrevano la Via della Seta, dirette in Europa. E mentre immagino un passato affascinante e misterioso, vi rimando alla prossima tappa del viaggio.

  1. Dei posti del genere li avevo visti, per restare in tema, solo nei film. Non hai avuto l’impressione di essere catapultata in un modo parallelo? Deve essere tutto così diverso a quello a cui siamo abituati. Peccato sentire che i cinesi sentano la necessità di doversene andare, come se fosse una cosa inevitabile da cui non c’è scampo. Peccato davvero pensare che un posto così bello non riesca a non allontanare i suoi figli.
    Un bacione!

    • Blueberry Stories

      Silvia, hai ragione. Ho pensato la stessa cosa anch’io… ci sono posti bellissimi che noi visitiamo, immaginando che la gente sia fortunata ad abitare lì. E poi scopri che proprio quelle persone vogliono andare altrove. Forse perché siamo tutti convinti che la felicità sia in un altro posto, in un altro paese. La Cina è un mondo molto diverso dal nostro, affascinante e strano allo stesso tempo, difficile da descrivere. Una mia amica ha deciso di trasferirsi, dopo questo viaggio… ed è ancora là! bacio a te!

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